Una nuova vittoria dello Studio Legale Lo Voi & BGF.
Dopo aver scontato undici anni e sei mesi di carcere per una condanna per mafia L.F. si è presentato ai cancelli della Rap per riprendere il suo posto di operatore ecologico, addetto allo spazzamento manuale delle strade. Uno spazzino che dopo aver pagato fino all’ultimo giorno il suo debito con la giustizia nel 2023 ha iniziato la sua battaglia legale per tornare a lavorare e mantenere moglie e figlie.
Per la Rap, infatti, non poteva riprendere in mano la scopa. Continuava a rimanere sospeso dal lavoro. Oggi, dopo aver vinto in primo e secondo grado davanti al tribunale del lavoro, il netturbino è stato reintegrato a tutti gli effetti e questa mattina è tornato a spazzare le strade di Palermo.
Assistito dagli avvocati Simona Gennusa e Fernando Lo Voi, il dipendente Rap è riuscito a dimostrare che nei suoi confronti l’azienda non aveva mai aperto un fascicolo disciplinare (che se ci fosse stato si sarebbe concluso con il licenziamento). Non solo, la sospensione senza retribuzione era scattata dopo l’arresto (nel blitz antimafia Apocalisse del 2014) senza che poi l’azienda gli contestasse alcunché. La disciplinare non si occupò dell’operatore ecologico nemmeno dopo che nel 2019 la sentenza è passata in giudicato.
Venne lasciato nel limbo di una sospensione solo ai fini amministrativi. «La decisione del tribunale di Palermo non attiene al merito della vicenda penale, ma al mancato rispetto delle regole che governano il procedimento disciplinare. Nel caso specifico, la società ha omesso di attivarlo correttamente, con conseguente violazione delle garanzie difensive – dicono Simona Gennusa e Fernando Lo Voi – La pronuncia riafferma un principio essenziale dello stato di diritto: anche nei casi più controversi, in cui l’opinione pubblica può dividersi, la pubblica amministrazione è tenuta ad assicurare a tutti, indistintamente, il pieno rispetto delle garanzie previste dall’ordinamento».
Fino al 2023, quando L.F. uscì dal carcere per fine pena, per la Rap era un dipendente sospeso in via cautelativa. Su questo gli avvocati hanno fatto leva davanti al giudice Giuseppe Tango, appena nominato presidente dell’Associazione nazionale magistrati. La Rap si è difesa sostenendo che il dipendente ha l’interdizione perpetua dai pubblici uffici come pena accessoria e che dunque questo è sufficiente a non renderlo più un lavoratore della partecipata. Una tesi però smentita da una sentenza della Cassazione secondo cui il lavoro di semplice addetto allo spazzamento non può considerarsi un incarico di pubblico servizio.
Nel 2023 quando il netturbino ha provato a tornare al lavoro l’azienda gli chiese di dimettersi proprio perché interdetto dai pubblici uffici. A distanza di 12 anni dall’arresto e di 4 anni dalla sentenza definitiva per l’azienda non era più possibile aprire un procedimento nei suoi confronti per la mancanza di tempestività nell’azione disciplinare. L’azienda avrebbe potuto licenziarlo perché condannato in via definitiva per mafia, dopo la sentenza definitiva. Ma non l’ha fatto. Di sicuro non poteva pretendere che a pena scontata il dipendente si dimettesse volontariamente per coprire un proprio errore.